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Cultura

Occhiali, caschetto e un soprannome di troppo

Occhiali, caschetto e un soprannome di troppo: quando le parole feriscono come pugni. Persi il mio nome e diventai per tutti “Mafalda”.

Io me li ricordo bene, me li ricordo con orrore, quegli occhiali: la forma all’insù, di acetato trasparente spesso e con una montatura larga davvero orribile

Erano i tipici occhiali da professoressa, che su una dodicenne diventavano una vera e propria condanna estetica. D’altronde nei primi anni ’80 non c’erano negozi specializzati, nessuno vendeva montature per bambini. Se avevi bisogno di occhiali, indossavi quelli di mamma o papà. E mia madre era, appunto, una professoressa con occhiali da professoressa. Come se non bastasse, il taglio di capelli non aiutava: un caschetto nero “a ciotola”, di quelli che oggi si vedono nei meme dei social. Il primo giorno di terza media, varcata la soglia dell’aula con quegli occhiali e quella pettinatura, il mio nome smise all’istante di essere Rosella e diventai per tutti “Mafalda”.

Mafalda: quel soprannome era un pugno sulla faccia e sulla mia identità

Lo decretò per primo Giuseppe, un ragazzo più grande, bocciato già due volte. Oggi probabilmente avrebbe un insegnante di sostegno. Allora era solo una presenza ingombrante, senza autorevolezza, ma con un ascendente terribile sui più piccoli. Quel soprannome me lo appiccicò addosso con tono sprezzante. E fu una piccola tragedia. Crescendo si capisce, ma non si dimentica. A quell’età si è fragili. Si ha un bisogno disperato di approvazione e un soprannome può fare male come un pugno. Poi, certo, si cresce. I capelli cambiano. Gli occhiali diventano belli e griffati, si va avanti, si costruisce qualcosa, si scopre che il mondo ti dice tanti “no” e tanti “sì”, e che bisogna imparare a stare in piedi. Nel frattempo capisci che Giuseppe, terminate le medie, non avrebbe più studiato e non si sa se avrebbe combinato qualcosa.

Occhiali-Image by Clker-Free-Vector-Images from Pixabay
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La lezione resta: c’è sempre qualcosa di noi che non piace agli altri e questo non dovrebbe spostarci di un solo millimetro

Il problema non è essere diversi, il problema è la mancanza di gentilezza. A 13 anni non si conosce il confine tra uno scherzo e un’umiliazione. A quell’età si è crudeli per autodifesa. Il branco ti spinge a colpire per non essere colpito. E si finisce per far male davvero. Ogni volta che leggo la notizia di un ragazzo che si è ucciso a causa delle prese in giro, mi si spezza qualcosa dentro. Quando ho appreso della morte di P., 14 anni, suicida il giorno prima dell’inizio della scuola, mi ha travolto un dolore sordo, insopportabile. Non si conoscono ancora tutti i dettagli. Forse erano i capelli biondi, un po’ lunghi. Forse i modi gentili, lontani dagli stereotipi maschili di oggi. Ma di sicuro ci sono stati dei soprannomi: Paoletta, Femminuccia, Nino D’Angelo. Offese continue, anche se non si capisce perché: D’Angelo è un artista amatissimo, con una carriera straordinaria.

Perché questi ragazzi infliggono sofferenza ad un loro coetaneo che non trova le risorse per difendersi da così tanta cattiveria?

Perché chi dovrebbe aiutarli resta a guardare? Pare che gli insegnanti siano intervenuti, dopo le segnalazioni della famiglia. Pare. Ma senza risultati. Viviamo nell’epoca della connessione continua. Eppure un ragazzo di 14 anni può sentirsi così solo da scegliere di morire. Se chiudo gli occhi immagino la sua sofferenza mentre sprofonda nella solitudine e nel dolore. In questo mondo perennemente interconnesso, di social che ci rubano il tempo e non ci restituiscono nulla indietro, com’è possibile? Come è possibile che attorno a lui ci siano solo coetanei incapaci del minimo sindacale di empatia? Perché non si capisce che prendere in giro chi cerca il suo posto nel mondo è una forma di violenza?

Non ho idea di cosa si provi a deridere un compagno, a colpire il più fragile, ma so una cosa: i veri sfigati sono quelli che ridono mentre feriscono

Il ricordo di P. e di tutti gli adolescenti che si sono uccisi per non soffrire più non può essere dimenticato. Resta scolpito nella nostra memoria collettiva. Insieme al disprezzo per chi ha taciuto, deriso o voltato lo sguardo da un’altra parte.. Non servono grandi discorsi. Serve guardare in faccia  la realtà: ogni volta che tolleriamo un soprannome crudele, un’esclusione, un attacco, stiamo permettendo che il dolore prenda il sopravvento. L’educazione alla gentilezza non è una questione da poco. È una questione di vita o di morte. E spesso, purtroppo, ce ne accorgiamo troppo tardi.

Rosella Schiesaro


Immagine di copertina –> Mafalda-Image by Francisco Mendes from Pixabay

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