Lo sbilico di Alcide Pierantozzi-Dettaglio copertina libro
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“Lo sbilico” di Alcide Pierantozzi

“Lo sbilico” di Alcide Pierantozzi. Rosella Schiesaro racconta dell’autore e del romanzo nella dozzina finalista del Premio Strega 2026.

“Lo sbilico” di Alcide Pierantozzi. Le crepe dell’anima.

L’incontro al Salone Internazionale del Libro di Torino

“Quando qualcosa sparisce, il mio cervello va in tilt. Quando ho mal di gola, il mio cervello non prevede la guarigione, non vede oltre lo stato presente. Se una giornata finisce, non riesco a capire che ne comincerà un’altra. Vivo lo sbilico e nello sbilico delle cose”.

Lo sbilico, Alcide Pierantozzi, Einaudi Editore, pag. 112.

Al Salone Internazionale del Libro di Torino 2026 il Bosco degli Scrittori era gremito di persone arrivate per ascoltare Alcide Pierantozzi parlare di “Lo sbilico”, il romanzo pubblicato da Einaudi Editore e che, dopo avere conquistato critica e lettori, è oggi nella dozzina finalista del Premio Strega 2026 su proposta di Donatella Di Pietrantonio, una delle firme più autorevoli della narrativa contemporanea italiana.

Nato nel 1985 a San Benedetto del Tronto e residente a Colonnella, in Abruzzo, Alcide Pierantozzi ha conquistato con “Lo sbilico” il Premio Bergamo 2026, il Premio Wondy 2026 per la letteratura resiliente e il Premio Valle d’Aosta. A colpire critica e pubblico la forza di una narrazione che raramente trova spazio nella letteratura contemporanea: quella vissuta dall’interno del disagio psichiatrico senza filtri ed inutili romanticismi.

Lo sbilico di Alcide Pierantozzi-Copertina libro
Lo sbilico di Alcide Pierantozzi-Copertina libro

Pierantozzi lo ha ribadito chiaramente durante l’incontro al Salone: “Manca una narrazione sulle malattie psichiatriche”. E manca soprattutto, viene da aggiungere, una narrazione sugli psicofarmaci. Sui loro effetti: sui benefici, certo, ma anche sui limiti, sulle alterazioni percettive, sulla fatica identitaria che certe terapie possono produrre. Manca una narrazione raccontata in prima persona da chi quelle cure le attraversa ogni giorno. “In questo senso l’unico faro rimane David Foster Wallace”.

Il nuovo faro di cui si sentiva davvero bisogno è proprio lui, Alcide Pierantozzi, che nelle pagine del suo libro fornisce un’importante chiave di lettura per provare a comprendere che cos’è lo “sbilico”, quel punto di rottura della mente. Una condizione sospesa tra disagio permanente e normalità apparente. Una linea di confine fragile in cui una persona vive costantemente sull’orlo della crisi riuscendo, almeno in parte, ancora a contenerla.

E proprio questa precarietà continua unita alla forza narrativa rende il libro così potente. Durante l’intervista abbiamo avuto modo di confrontarci, tra l’altro, sulla lucidità. O forse sarebbe più corretto dire sulla difficoltà di stabilire che cosa sia davvero la lucidità. Nel romanzo esiste una continua oscillazione tra percezione lucida e perdita di equilibrio mentale. Ma dove passa davvero il confine? Quando si è lucidi e quando si è fuori di testa?

“È indefinibile – spiega Pierantozzi – ed è proprio questo il punto, perché, per quello che mi riguarda ad esempio la sensazione che provo quando sto un po’ meglio, magari perché la terapia funziona, perché sono meno stressato, è che sto vivendo un’illusione. Mentre invece riconduco sempre alla verità il dolore e la sofferenza. Allo stesso tempo può succedere, e quelli sono gli unici momenti in cui stiamo bene, che appaia come più reale lo stato in cui stiamo meglio, però è un punto tanto difficile da sbrogliare, anche perché molte medicine tolgono anche l’elasticità mentale, quindi è impossibile ricordarsi di quello che era la realtà. Io ho tanta difficoltà a ricordarmelo”.

Una riflessione durissima, ma anche estremamente lucida e potente nella sua contraddizione. Il discorso si è inevitabilmente spostato anche sulla Legge Basaglia e sull’idea che il manicomio non sia mai davvero scomparso, ma abbia semplicemente cambiato forma.

“C’è un libro molto importante di Piero Cipriano, “Il manicomio chimico” edito da Elèuthera,” spiega Pierantozzi, “che parla esattamente di questo. Di come non solo nelle case, ma anche negli ospedali, nel TSO, nella contenzione obbligatoria, nelle porte dei reparti chiuse a chiave, esistano dinamiche molto simili a quelle del vecchio manicomio. Oltre al fatto che nel momento in cui c’è una contenzione di tipo farmacologico, forse la contenzione è ancora più violenta”.

Parole che aprono interrogativi cruciali sul rapporto tra cura, controllo e normalizzazione sociale. In questo senso “Lo sbilico” può essere considerato anche un libro politico in quanto affronta il tema dell’accettabilità sociale e suggerisce domande ad oggi ignorate e cioè Quanto si può essere fragili senza venire esclusi? Quanto si può uscire dai parametri della produttività, della stabilità, della “normalità”, prima di essere percepiti come un problema?

“Esiste uno stigma fortissimo nei confronti del disagio psichiatrico”, prosegue Pierantozzi. “Ed è uno stigma che si vede anche nel linguaggio. Pensiamo a quante volte si usano come insulto frasi del tipo ‘ti devi curare’ oppure ‘hai bisogno di uno bravo’. È una violenza enorme e continua”.

Nell’immaginario collettivo Il malato psichiatrico viene ancora spesso percepito come poco produttivo oppure, peggio, come potenzialmente violento.

“Ed è una specie di scusa che molti prendono per non fare lo sforzo di avvicinarsi davvero agli altri e capire chi siano realmente. Questo è un problema generale della società”.

A chiudere, una domanda sulla possibilità e il desiderio di vincere il Premio Strega 2026 con “Lo sbilico” che ad oggi è tra i primi dodici candidati.

“È una domanda molto difficile”, spiega Pierantozzi. “Primo perché sono talmente pieno di stabilizzatori dell’umore che le grandi felicità le sento poco. Un po’ come le grandi sofferenze. È una difesa, anche se poi in realtà le sento lo stesso. Chi soffre di un disturbo come il mio sa bene che a volte i sogni possono rivelarsi distruttivi perché la psiche cambia, deve riadattarsi, può succedere di tutto. Quindi lascio fare al destino”.

Alcide Pierantozzi va ringraziato, a prescindere da qualsiasi ulteriore premio comunque meritato, perché ha dato voce, complessità e dignità narrativa a un’esperienza umana di cui ancora oggi si parla troppo poco e, spesso, nel modo sbagliato.

La salute mentale non riguarda soltanto chi riceve una diagnosi. Lo sbilico riguarda tutti. Anche chi si considera perfettamente stabile, perfettamente lucido e al riparo da qualsiasi forma di fragilità.

Rosella Schiesaro-Giornalista
Rosella Schiesaro-Giornalista

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